Maturità 2017, prima prova. Ha fatto scalpore la scelta particolarissima di un poeta sconosciuto ai più, quel Giorgio Caproni ora salito alla ribalta, a discapito dei vari Manzoni, Montale e compagnia bella. E molti hanno colto l’occasione per ostentare la propria ignoranza (non quella incolpevole di chi semplicemente non sa, ma quella sfoggiata di chi si burla di chi sa).

Ma, prima di venire al dunque, la spiegazione del titolo: queste righe sono nate dopo aver visto quel ricettacolo di cafonaggine che è stato il recente revival di Sarabanda. Per risparmiarvi quei 30 secondi di Google no, non ha vinto Tiramisù, che anzi è stato fatto fuori con dei magheggi. Ha vinto uno nuovo, tal Zizzì, e l’Uomo Gatto è uscito alla prima puntata salvo poi restare sempre a fare la macchietta umana. Si perché, tutto sommato, chi scrive ha guardato alla riproposizione dello storico programma con curiosità e simpatia, vuoi per l’eterno affetto verso gli anni della gioventù, e si è tenuto aggiornato sugli ascolti e sul ritorno dei campioni storici, pur avendo visto in verità molto poco del programma in diretta.

Ma che c’azzecca Sarabanda con Caproni? Nulla. O meglio, non dovrebbe centrare nulla, se non fosse che è stato tirato in causa in maniera molto infelice nel monologo di inizio puntata di Enrico Papi (che poi da quando Papi fa i monologhi? Rovazzi gli ha evidentemente dato alla testa). Questo il succo dell’uscita:

“Il conduttore ha cavalcato la retorica qualunquista del “Caproni questo sconosciuto”… atteggiandosi pure a esperto di didattica. Si è spinto, infatti, a tirare le orecchie ai prof che per tutto l’anno spiegano Carducci e Leopardi, quando poi esce Caproni.”
fonte: www.tvblog.it

Ammettendo che il contesto fosse quello giusto (cosa su cui ho qualche perplessità), che fosse una strizzatina d’occhio al pubblico più giovane (altra perplessità, dato che il pubblico di riferimento non poteva essere composto da chi del programma originale non può avere nessun ricordo), insomma, ammettendo tutto e il contrario di tutto, è il contenuto del messaggio che si palesa in tutto il suo orrore, che condensato suona più o meno così: “Chi cazzo è Caproni?”.

“Chi cazzo è Caproni?”, dove la parola “cazzo” è necessaria per esprimere quel senso di “perché mai dovrei saperlo e povero idiota chi lo sa”. Il tutto espresso col sorrisetto, ci mancherebbe.

Ora, per togliervi ogni dubbio: io non avevo mai sentito parlare di Caproni. Non ho mai letto una sua poesia né penso di aver mai visto il suo nome scritto da qualche parte prima della fantomatica prima prova. Ma quello che ho fatto, appena lette le tracce, è stato cercare su internet chi fosse, documentarmi sulla sua opera, seppure in maniera molto sommaria. Insomma il mio primo pensiero è stato: “Cazzo (stavolta un rafforzativo), questo è oggetto di una prova d’esame di quinta superiore e io non so chi sia. Dev’essere uno importante!” e mi sono sentito in difetto, impreparato e desideroso di saperne qualcosa. Ho insomma colto l’opportunità di sapere qualcosa in più.

Il pensiero ricorrente che ho visto in questi giorni e che è culminato nell’ammiccamento di Papi è stato invece quello di rabbia e sberleffo. Rabbia perché non è possibile, dicono, che i professori (brutti cattivi) spiegano tutto l’anno Dante e Petrarca (li mortacci loro e di chi ce li fa studiare) e poi esce uno sconosciuto che fa poesiole e che oltretutto ha un nome ridicolo (si perché sono convintissimo che se invece che Giorgio Caproni si fosse chiamato Marco Torri tutto ‘sto tam-tam mediatico non ci sarebbe stato). Sberleffo perché, dicono sempre gli illuminati, chi vuoi che conosca ‘sto tipo? E’ morto nel 1990, merita di essere nei libri di scuola e oggetto di esame?

I caproni sono loro. Siamo al punto di pensare che i programmi scolastici – termine pure desueto – debbano restare invariati tralasciando il secondo Novecento. Sono probabilmente gli stessi che hanno un godimento percettivo solo di fronte all’arte rinascimentale e invece la “roba moderna” è per forza tutta ‘na cacata (e non parlo di Manzoni e delle sue scatolette).

Ma poi: non è forse questo l’obbiettivo di un’esame? Certificare che una persona dotata di raziocinio sappia affrontare qualcosa che magari gli è sconosciuto, applicando tutte le abilità e le conoscenze ottenute in precedenza con lo studio? Si suppone che ragazzi di 18 anni siano in grado di farlo e, ne sono sicuro, in tanti ce l’hanno fatta egregiamente.

Il fatto è che tanti altri hanno perso un’occasione, anzi due: la prima quella di stare zitti. La seconda di imparare qualcosa di nuovo. È roba di tutti i giorni: di fronte a qualcosa che non si conosce c’è chi decide di interessarsi e di aggiungere qualcosa al proprio bagaglio, e c’è chi preferisce starsene nel suo. Che sarebbe pure dignitoso e lecito, se la cosa non implicasse il prendersi gioco di chi invece ha sempre voglia di sapere.

È doveroso ricordarsi che le occasioni o si colgono o si perdono. E perderle per la propria mancanza di desiderio di conoscenza è davvero un peccato. Così la prossima volta che vi chiedono di Caproni potrete dire: “la indovino con una”.

S.R.