Diciamo subito che Fantozzi inizia con il primo film e finisce con il secondo. Ci mettiamo dentro anche parte del terzo, fosse solo per un giovane Abatantuono orrendo butterato di ventisei anni con il culo molto basso e l’alito agghiacciante tipo fogna di Calcutta.

Lo stesso Villaggio lo ammetterà, in più di un’occasione, che il suo personaggio è stato poi fagocitato dalle esigenze commerciali, spalmato su una serie infinita di sequel sempre meno concettuali e sempre più scorreggioni, dove la decadenza di sceneggiatura andrà di pari passo con una voce sempre più aspirata e incomprensibile, che sarà il vero marchio di fabbrica del Villaggio commerciale dei film-digestivo degli anni ’80 e ’90. Ma il primo Fantozzi, quello nato in televisione assieme al suo alter-ego Fracchia, e poi diventato una serie di racconti best-seller, era tutta un’altra cosa.

È il 1975, l’Italia è quella del post Miracolo e nel pieno degli Anni di Piombo. Arriva sullo schermo un ragioniere sfortunato (perché sfigato, che pure è una parola brutta, ancora non si diceva), malinconico, servo del padrone, sfruttato, vituperato, merdaccia, che ha l’incubo di venire crocifisso nella sala mensa dell’azienda dove presta tragicamente servizio, la fantomatica ItalPetrolCemenTermoTessilFarmoMetalChimica. Il film è un gran successo e subito viene messo in cantiere il secondo, con lo stesso cast e lo stesso regista, l’ottimo Luciano Salce, che uscirà immediatamente l’anno successivo, nel 1976.

Sono davvero tanti, troppi, gli aneddoti da dover ricordare, scene che hanno colpito fortemente l’immaginario collettivo e che ancora oggi quotidianamente ricorrono nelle conversazioni di chiunque: basti pensare a concetti assoluti come il “nuvolone da impiegato”, le “allucinazioni competitive”, fino all’immortale “cagata pazzesca”, falso cinematografico ma verità sociologica, compendio totale della lotta al potente di turno. Ma questo non vuole essere un elenco, semmai uno spunto di riflessione, e dobbiamo resistere alla tentazione, fortissima, di piazzare qui e là una pianta di ficus, simbolo di potere, o un caffellatte con pettinata incorporata, limitandoci alla citazione diretta solo dove strettamente necessario.

Occorre innanzitutto ribadire un concetto fondamentale: Fantozzi è per tutti l’immagine dell’uomo medio, tendente al basso. Un personaggio di una potenza tale da entrare nel vocabolario:

“>fantozziano agg. [der. di fantozzi (v. la voce prec.)], fam. – Di persona, impacciato e servile con i superiori: quel collaboratore è proprio una figura fantozziana. Anche, di accadimento, penoso e ridicolo: una situazione fantozziana.

È insomma tutto quello che di negativo e avvilente avviene nella società contemporanea, una verità annidata nelle città così come nelle periferie, che abita in condomini osceni e che si accontenta della propria miseria quotidiana senza mai dare quella scossa tanto sognata ma mai cercata fino in fondo, che ha come unica valvola di sfogo il calcio e che nutre sfiducia e impotenza di fronte alla classe dirigente e politica. Fantozzi vive lì, in mezzo e al fianco di tanti di noi e fu proprio questa la sua vera forza, quella di raccontare una generazione, così come fecero prima di Villaggio nomi altisonanti come Totò e Alberto Sordi, in una maniera così divertente eppure così lucida, trovando invece in Calvino e Pasolini i suoi corrispettivi letterari.

Ma nella scatola cinese dei significati, si fanno scoperte ulteriori: Fantozzi ha il posto fisso, un appartamento, una famiglia solida nonostante le mille difficoltà, che riesce a mantenere con solo il suo stipendio, ha le ferie pagate, le gite nei week-end, la settimana bianca; insomma, tutte cose che all’italiano medio di oggi suonano come fantascienza e per cui si farebbero carte false. È un pensiero che ci sorprende e ci coglie impreparati, abituati come siamo ad associare il personaggio con una certa immagine, ed altamente stimolante, dando il via ad infiniti potenziali dibattiti culturali e sociologici che certamente si svilupperanno in altre sedi: Fantozzi è veramente un perdente, visto con gli occhi di oggi?

Cosa forse più importante e sottovalutata di tutte, Fantozzi, nonostante sia capace di cattiverie gratuite e fallimenti memorabili, è amato. È amato dalla figlia Mariangela (il povero Plinio Fernando), che gli regala affetto incondizionato, incurante del disprezzo di un papà che ha conati di vomito ogni volta che la vede. È amato soprattutto dalla moglie Pina, interpretata da un’affidabile Liù Bosisio, pronta a sostenerlo in qualunque cosa, che arriva addirittura a farsi da parte per far sì che il marito possa essere più felice. Le cose cambieranno con il cambio di attrice: dal terzo capitolo infatti il ruolo di Pina sarà ricoperto da Milena Vukotic (salvo un piccolo cambio di rotta nel dimenticabile Superfantozzi), che sarà donna molto meno devota al marito, che pur restandogli sempre a fianco non arriverà mai a dire “ti amo” a Fantozzi, rimpiazzandolo con un più banale seppur memorabile “ti stimo moltissimo”.

È proprio nel rapporto con i familiari che il ragioniere si eleva, e ci fa scoprire che, come essere umano, è il migliore esponente della suo agglomerato sociale. Esemplari in questo senso sono due particolari momenti: la difesa della figlia, quando questa viene presa in ridicolo dai dirigenti della MegaDitta durante l’annuale scambio di strenne natalizie, e quella che forse è la citazione più significativa di tutta la produzione fantozziana e che riporteremo per intero di seguito: “Al trentottesimo coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio, Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie”.

Ugo potrà pure perdere la testa per la signorina Silvani o andare a fare un’improbabile bisboccia all’Ippopotamo, ma ama sua moglie ed è fortemente ricambiato. Ed è proprio lo sguardo di sua moglie, nella sua compunta disperazione, che scatena in lui la voglia di rivalsa che gli fa vincere la partita a stecca con il cavalier Catellani, Gran Maestro dell’ufficio Promozioni e Raccomandazioni, dalle cui ire riesce a salvarsi solamente tramite l’incerto rapimento dell’amata madre.

Perché se c’è una cosa che differisce i primi, tragici, Fantozzi dalla produzione seguente, è proprio la sua voglia di combattere le ingiustizie, e l’amore di cui è circondato, che ne faceva un anti-eroe a tutto tondo. Lo stesso che, portato alla coscienza da certe letture maledette, scaglia un sasso rompendo una vetrata della mega-ditta al grido di “Mi avete portato via tutto! Gli anni migliori della mia vita!” facendo istantaneamente venire un tuffo al cuore agli spettatori che si accorgono che quel personaggio non è solo un buffone, ma è parte integrante di loro, manifesto vivente delle proprie paure e angosce più profonde.

Lo stesso che decide di prendere l’autobus al volo, circondato da persone che si affacciano alla finestra per incoraggiarlo, per incitarlo, perché è una cosa che non ha mai fatto ma che ha sempre sognato fare. Ed è così che ci piace immaginarlo nel suo ultimo viaggio, incoraggiato da tanti Filini, disprezzato da pochi Calboni, e che verrà certamente inserito nel posto che gli compete sui libri di storia e di letteratura. Si perché forse proprio da oggi, nel mentre che guardiamo alla dipartita di Paolo Villaggio con la tristezza nel cuore, inizieremo a capire meglio quella che è stata l’opera di un autore assolutamente geniale, cinico oltremisura, meravigliosamente cattivo, criticato per la colpa di aver avuto successo, su cui tanto è stato detto ma su cui tanto c’è ancora da dire.

S.R.