Che ne dite? Bella? Comunicativa?

A meno che non vogliate creare una triste distorsione del suprematismo russo (vedasi l’opera di Malevic quadrato nero su fondo bianco) direi che bisogna rivedere le proprie posizioni sulle due frasi sopracitate.

Come già detto in altri articoli, per rendere l’immagine fotografica da latente a visibile è necessario lavorare al buio, utilizzare 3 tipi di chimica, per 3 tempi diversi, agitando la tank in modo uniforme. Effettuare la fase di risciacquo e di asciugatura. Fatto ciò si ha il negativo; per effettuare la stampa ci sono ulteriori procedure. È facile -quindi- capire l’inesatezza della frase “ai miei tempi non si modificava”.

Ciò premesso vorrei addentrarmi in un aspetto meno tecnico. Perché, sempre più persone, parlato di “scatti rubati” e perché questi termini non mi piacciono?
Per diversi motivi:
1) la parola “scatto”, come mi ha fatto notare Paolo Ranzani (famoso fotografo ritrattista) preclude l’aspetto del pensiero riducendo la fotografia ad un banale gesto meccanico
2) parafrasando, se non erro, Toni Thorimbert quando si ritrae una persona si deve essere disposti a dare qualcosa di proprio. In altre parole un ritratto non lo si chiede, lo si “cede” e il tutto si      gioca in pochi secondi. Per chi avesse letto “La camera chiara” di Barthes non è nuova la seguente frase: “Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Quindi, quale di questi quattro fondamentali soggetti “rubi”?
3) noto che chi, fuori dal normale linguaggio colloquiale, utilizza questi termini spesso li usa come pretesto per non studiare l’immagine

 

Questa fotografia, di Carl Warner, è un emblematico esempio di una perfetta miscela di ricerca, immaginazione e tecnica. Sono sicuro che tutti noi siamo quanto meno incuriositi da questo particolare sentiero, fatto di solo cibo; no? Direi che dei suoi famosi “foodscape” tutto si può dire ma non che siano immagini “rubate”.

 

E di questa foto di Chris Steele-Perkins fatta in Pakistan in un istituto di igiene mentale, cosa si può dire? “Bravissimo, ha colto proprio il momento giusto”.
Vero se si tiene in considerazione che ha aspettato la luce corretta, che ha cercato il muro particolare, che ha studiato l’immagine e che, prima di scegliere questa, ne ha fatte 21 su un rullino da 36 pose.

Dopo queste personali riflessioni non posso non collegarmi ad un altro aspetto della frase “la fotografia deve rappresentare la realtà”. Innanzitutto, soprattutto in ambito artistico, questa “legge” non è scritta da nessuna parte; “la fotografia non rappresenta la realtà, mostra l’idea che se ne ha” come diceva Neil Leifer.
Ci spostiamo a bordo di auto alimentate da carburante, proveniente dal petrolio estratto a migliaia di kilometri di distanza.
Camminiamo su marciapiedi fatti di cemento.
Indossiamo abiti sintetici.
Mangiamo cibi confezionati in colorate buste di plastica.
Quando andiamo a vedere un film diamo per scontato che stiamo ammirando l’idea di un regista.
Sappiamo che dietro all’attore intento ad ammazzarne un altro ci sono tecnici audio e luci.
Sappiamo che tutto ciò c’è anche nei film biografici.
Perché si pretende la “verità” dal fotografo?
Backstage Wolverine: l’immortale