Quando parlo con una persona che si sta avvicinando al mondo della fotografia, sia essa un mio allievo o un amico, mi piace conoscerne i gusti, le aspettative, le preferenze e i “sogni fotografici”. Non di rado mi trovo di fronte ad un entusiasmo coinvolgente (lo stesso che caratterizza un bambino al luna park) indipendentemente dagli obiettivi che si prefigge di raggiungere. È giusto, il mondo della fotografia è questo: un misto fra magia e ricerca interiore. Quanto segue è una considerazione personale, condivisibile o meno; non ho nessuna intenzione d’aver la ragione in tasca né di dare “l’amen papale” su un argomento così complicato e controverso.

Di cosa scriverò? Di una frase. Una frase che ho sentito molte volte: “Adoro la fotografia che coglie l’attimo”.
Nulla di male, ci mancherebbe.

Ma allora, perché sento la necessità d’esprimermi su questo tema?
In questi anni ho constatato che, non sempre ma spesso, dietro questa frase se ne nasconde una un po’ meno filosofica ma pericolosa, ovvero: “non voglio studiare l’attimo, non lo voglio attendere. Non lo voglio creare. Voglio tirare fuori la macchina e fotografare. Non voglio prendermi la briga di studiare, anche solo mentalmente, il soggetto.” Sia chiara una cosa: non faccio una campagna contro la “fotografia d’istinto”. Gianni Berengo Gardin afferma: “In giro vedo la pubblicità di una casa che produce macchine fotografiche che dice: “Non pensare, scatta“. Mi sembra quanto di peggio ci possa essere. Io dico invece: prima pensa per due ore poi, eventualmente, scatta.”; non sempre condivido i suoi punti di vista, spesso riluttanti al progresso tecnologico ma, su questo aforisma, mi trova d’accordo (non che a lui, giustamente, possa interessare qualcosa del mio punto di vista).

L’attimo fuggente, dove lo cerchi? A prova di quanto detto “l’attimo fuggente” lo si vuole cercare in un posto soleggiato, senza nebbia, magari al mare in una giornata non troppo calda ma nemmeno fredda; allora sì “vedrai che belle foto che escono, quel posto pieno di scorci è l’ideale con il bel cielo azzurro”.

 

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Foto tratta dal progetto “Grandi Navi” di G.B. Gardin. un susseguirsi di attimi, tra il 2013 ed il 2014

 

NO, questo non è cogliere l’attimo. Questo è perdersi, forse per pigrizia, forse per poca passione o forse per una mancata ricerca interiore, un’infinità di occasioni: si ricerca la fotografia esteticamente bella, la fotografia d’effetto. Siamo pieni di foto di tramonti, di onde con effetto seta o di fotografie della via lattea. Non sto dicendo che queste occasioni non si possano fotografare ma che meritano un approccio più intimo di un semplice “click” (consiglio di dare un’occhiata, ad esempio, alle immagini di Kenna). Un po’ di colpa ce l’hanno anche i vari “facebook, twitter” o, meglio, l’uso che se ne fa: “se non lo vedono gli altri, io non l’ho vissuto”. Questo è, personalmente parlando, il fulcro del discorso.

Un esercizio che spesso consiglio: quando avete tempo datevi una zona su cui lavorare. Una stanza o un giardino e concentratevi, non necessariamente con la macchina in mano. Guardate gli oggetti che vedete tutti i giorni. Quando vi svegliate iniziate a leggere il mondo che vi circonda in modo diverso. Osservate gli oggetti non più come tali ma come soggetti da interpretare strappandoli dalla propria funzione; guardatene il profilo, le curve e la superficie e solo dopo fotografate. Avrete colto l’attimo, quell’attimo.
“Imparate a guardare, ma per davvero. La “cosa” al netto della funzione” dice Carlo Vanoni nello spettacolo teatrale “L’arte è una caramella”.

C.T.
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“Il peperone” di Weston